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Come ogni buon carpista sono sempre alla
ricerca di nuovi itinerari, prediligendo spesso specchi
d’acqua di grosse dimensioni. Capita certamente a tutti
di essere affascinati dalle immense distese nostrane e
oltre confine, con l’idea che più il lago è grande più è
probabile incontrare una carpa di dimensioni da record.
Sarà vero? Le ultime catture da favola sono uscite in
laghi le cui dimensioni sono del tutto modeste, vedi
Bill con la sua meravigliosa 82 lb., e vedi il nuovo
record mondiale sul lago di Curton. Comunque l’idea
della vastità = record vi si associa molto bene. Ed ecco
perché la mia scelta ricade sempre su acque come Bolsena,
Bracciano ecc… Se da un lato un vasto lago come Bolsena
è per me lo specchio d’acqua ideale per immergervi le
esche, dall’altro questo può nascondere insidie che solo
l’esperienza, e spesso neanche quella, può riuscire a
prevedere, ritrovandosi a volte ad affrontare situazioni
al limite dell’immaginabile. Voglio entrare nel merito
di quello che un carpista, come in qualsiasi altra
disciplina piscatoria, può incontrare di solito durante
le sessioni di pesca sui laghi e sui fiumi,
raccontandovi una situazione personalmente vissuta
proprio sul lago viterbese.
Novembre 2004. Arrivo con il camper sulle
rive del grande lago e in attesa che i miei amici
laziali mi raggiungessero, comincio a montare
l’attrezzatura. Allo stesso tempo osservo eventuali
movimenti del pesce. Ho infatti l’abitudine di
controllare attentamente la linea dove qualche carpa
viene in superficie per poi posizionare nella zona i
miei segnalini. Ritengo che sia il migliore approccio
per provare ad insidiare i pesci. In quel momento il
lago offriva uno spettacolo meraviglioso. Vento assente
e acqua liscia come l’olio. Anche il tramonto offriva
dei colori stupendi, con tonalità dal viola
all’arancio. Sono momenti in cui è bello essere per un
attimo da soli, immersi nella natura, immersi con le
proprie sensazioni.

I tramonti a Bolsena
Comunque dopo un paio d’ore Remo e
Marino mi raggiungono. La voglia di portare le esche
fuori è tanta e subito montiamo la mariposa. Con Remo,
ecoscandaglio alla mano, siamo usciti a posizionare i
segnalini. Nonostante il mese avanzato e l’ora tarda la
temperatura era gradevole, tanto che eravamo entrambi in
maglietta estiva. In quel momento l’oscurità era totale
e le lampade illuminavano solo in un raggio di 3 - 4
metri intorno alla barca. Siamo usciti a circa 300 metri dalla
riva, su una profondità di 8 - 10 metri, alla ricerca di
uno spot dove calare i terminali. Mentre la barca
scivolava piano alla ricerca di un punto dove immergere
il sasso con attaccate le bottiglie (quelle con il
nastro “fluorescente australiano”), ho notato
improvvisamente un rumore strano, simile ad un rantolo, a cui non davo
spiegazione. Ho chiesto a Remo cosa potesse essere. Mi
sono subito preoccupato ed ho chiesto di rientrare verso
la spiaggia. Dovevamo ancore finire di calare i segnalini e dopo avere insistito ho convinto il mio
compagno di barca ad avvicinarsi almeno un poco verso la
riva. In quel momento ci trovavamo, credo, a circa 200
metri. Improvvisamente, dei goccioloni gelidi hanno
incominciato a venire giù dal cielo e il rumore che in
precedenza si sentiva in lontananza ha improvvisamente
raggiunto un’intensità tale che fra di noi ci si sentiva
a malapena. Motore a manetta siamo finalmente scesi
dalla barca e in quel preciso momento uno schiaffone di
vento ci ha investito, improvviso e con una violenza
tale che rimanere in piedi era già tanto.

Per far capire la
situazione: il vento era così forte che non riuscivo ad
aprire la porta del camper. Per entrare sono dovuto
passare dalla parte opposta ed aprire lo sportello di
guida, forzando poi l’ingressino per far salire Marino e
Remo. Il lago in pochi secondi si era talmente
trasformato che le onde hanno raggiunto altezze mai
viste. In tutta quella confusione non abbiamo pensato
altro che a ripararci ma dal finestrone del camper,
abbamo visto che dopo pochi minuti la mariposa era scomparsa sotto la
sabbia. Un palo telefonico vicino al camper si è
spezzato e i cavi elettrici, per tutta la lunghezza
dello “spiaggione”, sono andati in mille pezzi. Il
giorno seguente ci siamo fatti in quattro per tirare
fuori la barca, quasi completamente sommersa, mentre la
batteria del motore elettrico era stata
risucchiata dalle acque e si adagiava sul fondale. Adesso
mi domando: se non avessi insistito per rientrare cosa
sarebbe successo. Sicuramente saremmo andati a fondo, e
con quel lago non so, nonostante i giacchetti salvagente,
come sarebbe andata a finire.

Un piccolo "uragano" a Bolsena
Essendo assiduo frequentatore di Bolsena
mi ero ritrovato altre volte in momenti simili ma mai in
situazioni così esasperate. I grandi laghi, e purtroppo
questo in particolare, hanno queste esplosioni
improvvise e se non hai l’istinto di capire quando è il
momento di mollare e metterti al riparo sei
fritto. Spesso ho notato che molti carpisti, soprattutto
i più giovani, sfidano situazioni al limite, con la
speranza che con il tempo perturbato possano sbloccare
un “cappotto” che va avanti magari da diversi giorni.
Chiaramente non è così che ci si
comporta, tentare di pescare con acque relativamente
mosse può anche essere accettato. Sfidare la sorte solo
perché si è giovani è un’altra cosa. Il carpfishing è un gioco, bello e
affascinante, ma quando in palio c’è la vita è bene
sempre tirarsi indietro e passare la mano.
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